The Rolling Stones (Parte 1)

Come disse una volta Elton John:

Mick Jagger è la pop star perfetta. È maleducato, brutto ma attraente, spiritoso e sensuale. E i Rolling Stones sono il perfetto gruppo pop: non si interessano a nulla se non alla loro musica.

I Rolling Stones mossero i loro primi passi agli albori degli anni Sessanta, quando il cantante Mick Jagger e il chitarrista Keith Richards (entrambi provenienti da Dartford, un sobborgo di Londra), fondarono, insieme al bassista Dick Taylor, i Little Boy Blue. Jagger e Richards si conoscevano fin dalle elementari, anche se per anni si erano persi di vista. Si ritrovarono un giorno, per puro caso, mentre viaggiavano sullo stesso treno: Jagger aveva sotto il braccio alcuni dischi di Chuck Berry, Little Walter e Muddy Waters. Si guardarono negli occhi e si capirono all’istante. Nel frattempo, il batterista Charlie Watts e il chitarrista Brian Jones stavano facendo esperienza con la Blues Incorporated del chitarrista Alexis Korner, una formazione attorno alla quale, a un certo punto, presero a gravitare anche Jagger e Richards, stuzzicati dall’idea di mettere su una nuova band con Jones. Quest’ultimo trovò la cosa interessante e, per non perdere tempo, si mise in cerca di un tastierista, inserendo un annuncio su «Jazz News». Fu Ian Stewart a intercettarlo.

L’esordio della band ci fu il 12 luglio del 1962, al Marquee di Londra. Si trattò di un altro capriccio del destino: quella sera, infatti, su quel palco avrebbe dovuto suonare la formazione di Korner, ma quest’ultimo era stato chiamato all’improvviso dalla BBC e per metterci una pezza chiesa a Jones di sostituirlo al Marquee con la sua nuova band. Una band che solo un giorno prima, su consiglio di Jones, aveva deciso di battezzarsi Rollin’ Stones (in seguito perfezionato in The Rolling Stones), in omaggio a un brano di Muddy Waters. Quella sera di luglio, la band ebbe un successo clamoroso, mandando in visibilio il pubblico con il suo ruvido mix di blues e rhythm and blues. Altre serate al Crawdaddy Club, un locale di Richmond, contribuirono ad amplificare la loro fama negli ambienti musicali, tanto che una sera anche il diciannovenne Andrew Loog Oldham pensò di fare un salto e dare un’occhiata. Quello che vide e ascoltò lo sbalordì.

Loog Oldham aveva già lavorato nella moda e nel mondo del rock. Mostrò, quindi, di avere subito le idee molto chiare sull’immagine e sul sound che i Rolling Stones avrebbero dovuto offrire al pubblico per puntare ancora più in alto. Dopo averli convinti a diventare più aggressivi e rumorosi, fece guadagnare loro un contratto con la Decca, viatico decisivo per la registrazione del primo singolo, contenente due cover, “Come On” di Chuck Berry e “I Want To Be Loved” di Willie Dixon. Il singolo (uscito il 7 giugno del 1963) rappresentò una vera e propria dichiarazione di intenti, al netto di esecuzioni ruspanti ma tutto sommato ancora acerbe. Il buon riscontro di vendite valse alla band la partecipazione al programma televisivo Thank You Lucky Star (dove i ragazzi si presentarono vestiti con delle giacche a scacchi molto appariscenti) e un articolo sul quotidiano a tiratura nazionale «Daily Mirror».

Nei mesi successivi, i Rolling Stones continuarono a macinare concerti in giro per l’Inghilterra, alla fine guadagnandosi un invito al Third National Jazz Festival. Nel frattempo, la Beatlemania era esplosa in tutta la nazione e molte band stavano, in un modo o nell’altro, cercando di fare il verso ai Fab Four. Molte, ma non tutte. I Rolling Stones (insieme agli Yardbirds, agli Animals e agli Who) furono i portabandiera di una via alternativa al pop’n’roll fresco e accattivante dei Beatles, cui opposero un sound ruvido e potente, figlio tanto del rock’n’roll quanto del blues di Chicago. Eppure, anche se i tabloid inglesi e, quindi, quelli di mezzo mondo, presero a calcare la mano sulla rivalità tra le due band, Beatles e Rolling Stones furono, nella realtà, da subito amici o, comunque, ebbero sempre rapporti molto cordiali.

Il primo gesto di amicizia lo fecero i quattro di Liverpool, nelle persone di Lennon e McCartney. Un giorno, un depresso Loog Oldham rivelò loro che i suoi ragazzi stavano avendo problemi per scegliere i brani da registrare in vista del secondo singolo. In men che non si dica, Lennon e McCartney tirarono fuori dal cilindro una “I Wanna Be Your Man” che, unita allo strumentale autografo “Stoned”, portò nel novembre del 1963 la band di Jagger e Richards nella Top Ten inglese.

Con l’avvento del 1964, gli Stones (li chiameremo così, d’ora in avanti) pubblicarono due EP. Sul primo e omonimo finirono quattro cover di materiale rhythm and blues, mentre sul secondo, Five By Five, fecero qualche concessione in più al blues chicagoano, anche perché le cinque tracce che lo componevano erano state registrate proprio nella grande città dell’Illinois. Tutto era ormai pronto per il loro esordio sulla lunga distanza. The Rolling Stones, così fu intitolato, raggiunse i negozi di dischi nell’aprile del 1964, scalzando dalla vetta della classifica dei dischi più venduti With The Beatles e restandoci per ben undici settimane. Nelle sue dodici tracce (dieci delle quali sono cover), il disco lascia emergere i soliti riferimenti al blues e al rhythm and blues, senza però dimenticare il rock’n’roll. Gli unici brani autografi sono la ballata pop “Tell Me” (il primo frutto della coppia Jagger/Richards, destinata a diventare un marchio di fabbrica, al pari di quello degli amici-rivali Lennon/McCartney) e lo strumentale blueseggiante di “Now I’ve Got a Witness”, accreditato a Nanker Phelge, uno pseudonimo che gli Stones avevano deciso di adottare quando tutti i membri della band collaboravano nella scrittura di un brano originale.

Quelli successivi alla pubblicazione dell’album furono giorni di fuoco: i concerti della band, infatti, sfociarono spesso in scontri tra il pubblico su di giri e la polizia intenta a metterci una pezza. Loog Oldham era riuscito nel suo intento: trasformare i Rolling Stones nell’incarnazione perfetta della ribellione giovanile. Nell’ottobre del 1964, la band tornò di nuovo negli Stati Uniti, dove era attesa all’Ed Sullivan Show. Nel febbraio precedente, i Beatles avevano aperto le danze, avviando la cosiddetta British Invasion e gli Stones avevano accettato di danzare a modo loro, mandando in visibilio i giovani e facendo inorridire i benpensanti. Ad annunciarli, anche la pubblicazione di un secondo album, 12 x 5, uscito solo nei negozi a stelle e strisce e contenente una versione ampliata dell’EP Five By Five. Quattro i brani autografi: la languida ballata di “Congratulations” e i blues di “Empty Heart”, “Good Times, Bad Times” e “Grown Up Wrong”, tutti poco convincenti, come del resto l’intero disco, in cui gli Stones fanno qualche concessione di troppo a un suono relativamente più morbido.

Registrato tra Chicago, Los Angeles e Londra, The Rolling Stones No. 2 uscì, invece, nel gennaio del 1965 (negli Stati Uniti il titolo sarà Now!). La band era già in cima alle classifiche grazie al singolo “Little Red Rooster”, un brano tratto dal repertorio di Howlin’ Wolf, ma la loro reputazione andò alle stelle con questo nuovo LP che, nonostante una qualità media altalenante, confermò il talento della band, il cui sound era ancorato al batterismo preciso e dinamico di Watts, al basso pulsante di Wyman, alle chitarre energiche e sfrontate della coppia Jones/Richards e al canto, insieme lascivo e animalesco, di Jagger. La maggior parte della scaletta di The Rolling Stones No. 2  è ancora affidata a rifacimenti di brani altrui (i migliori dei quali sono sicuramente quelli di “Everybody Needs Somebody to Love” di Solomon Burke, “You Can’t Catch Me” di Chuck Berry e “Under the Boardwalk” dei Drifters), mentre Jagger e Richards appaiono ancora un attimino impacciati con i loro tentativi di scrivere brani autografi, come si avverte sia nel blues di “What A Shame”, che nel rhythm and blues di “Off The Hook”. In ogni caso, basterà un mese ai due per dimostrare tutto il loro valore: a fine febbraio, infatti, con le cadenze pop di “The Last Time”, sfideranno sul loro terreno i Beatles. Sul retro di questo nuovo singolo, compariva la più delicata “Play With Fire”, accreditata al “collettivo” Nanker Phelge, ma in realtà frutto della collaborazione tra la coppia Jagger/Richards, il produttore Phil Spector (che suonò una chitarra elettrica accordata in maniera tale da sembrare un basso) e il collaboratore di quest’ultimo, Jack Nitzsche, cui toccò invece di cimentarsi con il clavicembalo.

Il colpo decisivo, però, gli Stones lo spararono nel giugno successivo, quando sul mercato americano arrivò il singolo “(I Can’t Get No) Satisfaction”, destinato a diventare non soltanto il brano simbolo delle “Pietre Rotolanti”, ma anche uno dei momenti salienti dell’intera storia del rock. Come raccontò Richards, l’idea per il famosissimo riff di chitarra gli venne al risveglio in una stanza d’albergo: per non lasciarsi scappare quella prodigiosa intuizione, il chitarrista accese subito il registratore portatile che teneva sempre con sé e incise su nastro quanto gli era stato suggerito dal proprio subconscio. “(I Can’t Get No) Satisfaction” schizzò al primo posto delle classifiche americane e inglesi, sancendo definitivamente l’inizio del mito dei Rolling Stones.

Per sfruttare al massimo l’enorme popolarità raggiunta, fu subito pubblicato un nuovo disco, Out Of Our Heads, interamente prodotto negli Stati Uniti, dove uscì nel luglio del 1965, due mesi prima del suo lancio sul mercato inglese. Nelle sue due versioni, il disco presenta, rispetto ai suoi predecessori, un sound complessivamente più morbido, in qualche caso muovendosi al confine con il soul (“Hitch Hike” di Marvin Gaye, “That’s How Strong My Love Is” di O. V. Wright e “Good Times” di Sam Cooke). A dare sostanza alla tracklist, intervennero anche i recuperi dei singoli “The Last Time”, “Play With Fire”, “(I Can’t Get No) Satisfaction” (indicata, ormai, solo con il più diretto “Satisfaction”), “The Under Assistant West Coast Promotion Man” e “The Spider And The Fly” (questi ultimi due già usciti come lati B di “Satisfaction” nelle sue due versioni). La scalmanata “I’m All Right” e la ballabile “One More Try” sono, invece, due nuovi brani di ottima fattura.

Out Of Our Heads finì al primo posto delle classifiche americane, mentre si fermò al secondo in quelle inglesi.

Il mercato americano era quello che più interessava agli Stones e al loro manager Loog Oldham. Era, infatti, enormemente più vasto e presentava già un numero rilevante di band che, anche grazie alla lezione degli Stones, avevano iniziato a fare i conti con il blues, comprendendo come quel genere autoctono, se miscelato a dovere con la selvaggia pulsazione del rock’n’roll, potesse dare vita a un nuovo mondo sonoro: un mondo incredibilmente moderno ed eccitante.

Il momento d’oro della band fu confermato tra il settembre e il dicembre del 1965 da due nuovi singoli: “Get Off Of My Cloud”, in bilico tra blues-rock e coralità gospel, e “As Tears Go By”, una tenera ballata.

In previsione del Natale 1965, e per il solo mercato americano, i due brani saranno ripescati sull’album December’s Children (And Everybody’s), completato da altro materiale uscito in precedenza.

Il 1966 si aprì con la pubblicazione del singolo “19th Nervous Breakdown”, un cadenzatissimo rhythm and blues che flirtava con il rock’n’roll. Ad aprile, fu quindi pubblicato Aftermath, il primo loro disco di rilievo, non a caso interamente firmato dalla premiata ditta Jagger/Richards. Raccolta di brani che masticano il blues-rock dei loro primi lavori, addolcendolo con spezie psichedeliche ed echi di Oriente, Aftermath è l’inizio della fase matura degli Stones, quella che li avrebbe portati ad attraversare tutta la seconda parte degli anni Sessanta con l’aria di chi sa che il rock (cioè la versione adulta e ormai consapevole del rock’n’roll), pur essendo innanzitutto uno strumento per divertirsi e fare baldoria, può anche essere uno strumento per riflettere sui cambiamenti sociali e culturali del mondo che ci circonda. Ancora una volta, il disco uscì in una doppia versione, una americana e una inglese. Fu quest’ultima la prima a essere pubblicata. La apriva la paranoica “Mother’s Little Helper”, un attacco frontale alle convenzioni borghesi dell’epoca, che spesso e volentieri conducono le casalinghe frustrate a fare abuso di psicofarmaci (sono loro i “piccoli aiutanti di mamma”…). Seguono, dunque, una “Stupid Girl” che prende di mira le ragazze stupide a suon di ritmo pulsante (siamo quasi in territorio garage-rock) e schiamazzi di organo (Ian Stewart), le atmosfere sognanti di “Lady Jane”, l’andamento sprezzante della misogina “Under My Thumb” e l’omaggio al Delta blues di “Doncha Bother Me”. A chiudere il lato A del vinile, la lunga “Goin’ Home”, una jam blues di oltre undici minuti (il brano rock più lungo fino a quel momento). La qualità del brano non è esattamente memorabile, ma la sua struttura è di certo innovativa: tre minuti circa di forma-canzone e otto di dilatazioni giocate su un solo accordo.

Sul lato B, dopo il boogie-woogie di “Flight 505” e una “High And Dry” che veste panni folk-rock ma odora di skiffle e country, ecco la bellissima “Out Of Time”, forte di ascendenze soul e di un ritornello toccante. Ascoltando “It’s Not Easy”, a Chuck Berry saranno probabilmente fischiate le orecchie, mentre “I Am Waiting” avrà fatto venire i lacrimoni alle fan della band e di Jagger in particolare. Dopo le prescindibili trame folk-rock di “Take It Or Leave It”, è la volta dell’uptempo di “Think”, cui fanno seguito gli echi dei primi Beatles e le vaghe reminiscenze Beach Boys di “What To Do”.

Il capolavoro di quel periodo, però, apriva la versione americana del disco (da cui furono espunti quattro brani: “Out of Time”, “Take It or Leave It”, “What To Do” e “Mother’s Little Helper”) e rispondeva al nome di “Paint It Black”: tambureggiante, psichedelica, drammatica e minacciosa trasfigurazione di quei sentimenti di scoramento e depressione di cui fanno spesso esperienza anche i più giovani.

I look inside myself
and see my heart is black
I see my red door
I must have it painted black
Maybe then I’ll fade away
and not have to face the facts
It’s not easy facing up
when your whole world is black

Guardo dentro di me
e vedo che il mio cuore è nero
Vedo la mia porta rossa
devo averla dipinta di nero
Forse scomparirò
e non dovrò affrontare la realtà
Non è facile affrontarla
quando tutto il tuo mondo è nero.

Su Aftermath tutti i membri della band sono in stato di grazia, ma è soprattutto Brian Jones a fare la voce grossa, grazie alla scelta di utilizzare strumenti dal sapore esotico per rendere gli arrangiamenti dei brani più originali (il sitar per “Mother’s Little Helper” e “Paint It Black”, il dulcimer per “Lady Jane” e “I Am Waiting”, la marimba per “Under My Thumb” e “Out Of Time” e, per finire, il koto1 per “Take It Or Leave It”).

Il 1966 si chiuse con la pubblicazione di Got Live If You Want It!, testimonianza colta dal vivo e su suolo inglese di alcuni dei loro successi.

All’inizio del 1967, gli Stones volarono negli Stati Uniti per prendere nuovamente parte all’Ed Sullivan Show. Vi suonarono “Let’s Spend The Night Together”, ma per ragioni di censura (allusioni sessuali, questo il punto…) furono costretti a presentare il brano come “Let’s Spend Some Time Together”. Il brano era uscito su singolo pochi giorni prima, accompagnato sul retro dalla malinconica ballata “Ruby Tuesday”, dedicata a una figura femminile dallo spirito libero.

A febbraio, Jagger, Richards e Jones furono indagati per possesso di sostanze stupefacenti, ma alla fine, nonostante le pene commutate, nessuno di loro passerà più di qualche giorno nelle patrie galere, grazie soprattutto all’inaspettato aiuto del quotidiano tradizionalista «Times», che si chiedeva se il sistema giudiziario non stesse forse esagerando…

Alla fine di gennaio era stato pubblicato, intanto, Between The Buttons. Ripartendo dalle intuizioni di Aftermath, questo nuovo lavoro si lasciò ispirare anche da quanto era emerso tra i solchi di Pet Sounds dei Beach Boys, Blonde On Blonde di Bob Dylan e Revolver dei Beatles, tutti usciti l’anno prima. Between The Buttons è, quindi, il disco che spinse i Rolling Stones tra le braccia del suono psichedelico, destinato, proprio durante quel fatidico 1967, a raggiungere alcune delle sue vette assolute. Ancora una volta, Jones si divertì a utilizzare strumenti che, all’epoca, erano ancora poco usati nell’universo della popular music: il flauto dolce, il vibrafono, il banjo, il kazoo, il trombone, il sax e il clarinetto.

Nella sua versione inglese, Between The Buttons apriva con il beat sofisticato di “Yesterday’s Paper”, proseguendo, quindi, tra sprazzi di boogie, ritmica marziale e profumi chiesastici (“My Obsession”), valzer bucolici (“Back Street Girl”, sui cui compare anche una fisarmonica, suonata dal session man Nick De Caro), musichall tinto di blues-rock (“Connection”), madrigali in versione gospel (“She Smiled Sweetly”) e uno spassoso mix di charleston e ragtime (“Cool, Calm & Collected”). Questo per dire del lato A, quando invece, girando il vinile e poggiando nuovamente la puntina sui solchi, si materializzano ancora fantasmi di musichall, ma questa volta irrobustiti con dosi di rock’n’roll (“All Sold Out”, “Complicated”); diddley beat2 immersi nell’acido (“Please Go Home”); numeri folk-blues idealmente suonati dinanzi al santino di Bob Dylan (“Who’s Been Sleeping Here?”); energici rockabilly con pianoforte da saloon pestato a dovere (“Miss Amanda Jones”); e, per finire, un inno all’LSD che assomiglia all’uscita estemporanea di una Big Band godereccia (“Something Happened to Me Yesterday”).

Nella versione americana, “Let’s Spend the Night Together” e “Ruby Tuesday” presero il posto di “Back Street Girl” e “Please Go Home”.

Lungo il sentiero della sperimentazione psichedelica proseguirà anche Their Satanic Majesties Request (dicembre 1967). Preceduto dal singolo “We Love You” / “Dandelion”, il disco delle “loro sataniche maestà” chiuse un anno molto difficile per gli Stones. Problemi con la giustizia (di cui abbiamo già detto), screzi interni alla band (soprattutto per questioni di donne) e la consapevolezza che, nel bel mezzo dell’”Estate dell’amore”, con il trionfo del suono psichedelico, guidato in patria dai Beatles e dal loro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, le proprie quotazioni erano in ribasso. C’era quindi bisogno di un colpo di coda. E la risposta fu un disco autoprodotto, assemblato nella più totale anarchia e votato a quella che Richards avrebbe in seguito definito come una “caricatura” di Sgt. Pepper.

La sterzata psichedelica appare netta fin dalla foto di copertina, tridimensionale e lenticolare, con i membri della band vestiti da maghi e giullari. Per non dire di quanto appare sul retro e all’interno, tra un dipinto dei Quattro Elementi, una sagoma di Saturno, qualche collage, alcuni labirinti e via di questo passo. E la musica? Vitalissima e caleidoscopica, finanche coraggiosa in più di un passaggio, con tanto di arrangiamenti di archi affidati a John Paul Jones (sì, proprio quello che, di lì a poco, sarebbe andato a suonare il basso nei Led Zeppelin).

Apre “Sing This All Together”, tra coralità distorte, ciondolamenti percussivi, sprazzi di Mellotron e sax (Brian Jones, sempre lui). “Citadel” shakera a dovere, invece, il blues, la psichedelia e vampate di fiati, laddove “In Another Land” (primo brano autografo di Wyman) ci trasporta in un altrove dai toni fiabeschi, con la voce carica di tremolo e, in coda, il suono di un uomo che russa. Alternando tenerezze acustiche e ruvidezze flower-pop, “2000 Man” s’impone come uno dei brani più convincenti del lotto. L’incombenza di chiudere il lato A spetta, invece, agli oltre otto minuti di “Sing This All Together (See What Happens)”, uno dei momenti più dissociati dell’opera, tra deliri sciamanici e vaneggiamenti esotici.

Il lato B è inaugurato dalla solarità psych-pop di “She’s A Rainbow”, e prosegue con una “The Lantern” che fa della psichedelia un affare quasi mistico, ma di un misticismo bohémien, il cui contraltare orientaleggiante è “Gomper”, arrangiato con dulcimer elettrico, flauto e tabla e quasi sicuramente ispirato dalle nenie orientali di George Harrison. E se “2000 Light Years From Home” è il trip cosmico del disco, “On With The Show” è la giostra che distribuisce coloratissimi coriandoli e annuncia la calata del sipario.

Dopo aver divorziato da Loog Oldham ed essersi affidati ad Allen Klein, all’inizio del rovente 1968, anno di barricate e rivoluzioni, più idealizzate che realizzate, gli Stones si lasciarono alle spalle i lustrini e le paillettes psichedeliche e tornarono a pensare a quell’energico e ruvido rock-blues che li aveva fatti amare dai più giovani. Smentendo le voci di una profonda crisi di ispirazione, nel maggio di quell’anno si ripresentarono al pubblico con il singolo “Jumpin’ Jack Flash”, ispirato, a detta dello stesso Jagger, da alcuni dei brani più rock’n’roll dei Velvet Underground. Con il suo primo posto in patria e il terzo negli Stati Uniti, “Jumpin’ Jack Flash” (accompagnata sul retro dalla trasognata “Child Of The Moon”) fornì un’ottima colonna sonora per le contestazioni di quell’anno, riecheggiate, di lì a poco, da un nuovo singolo fondamentale della loro carriera, “Street Fighting Man”, che diventerà un inno di tutti i ribelli pronti a combattere nelle strade in nome della libertà e dell’uguaglianza.

Evrywhere I hear the sound of marching, charging feet, boy
Cause summer’s here and the time is right for fighting in the street, boy
But what can a poor boy do
Except to sing for a rock’n’roll band
Cause in sleepy London town
There’s just no place for a street fighting man
No!

Sento ovunque il suono di passi in marcia, che caricano
Perché, ragazzo, è giunta l’estate ed è il momento giusto per combattere in strada
Ma cosa può fare un povero ragazzo
Tranne che cantare in un gruppo rock
Perché in questa Londra addormentata
Non c’è posto per un guerriero di strada
No!

Alla fine dell’anno uscirà, quindi, Beggars Banquet, accompagnato da una semplice copertina bianca, scelta per sostituire quella voluta dagli Stones e raffigurante l’interno di un lurido bagno pubblico. Poco male, in fin dei conti, perché a scandalizzare i benpensanti c’avrebbe pensato la prima traccia del disco, programmaticamente intitolata “Sympathy For The Devil” e declinata come un sabba tribale in cui il punto di vista assunto da Jagger è quello di Lucifero stesso, intento a cercare comprensione per tutto il male causato all’uomo durante i secoli.

Please allow me to introduce myself,
I’m a man of wealth and taste
I’ve been around for a long, long year, stolen many a man’s soul and faith
And I was around when Jesus Christ had His moment of doubt and pain
Made damn sure that Pilate washed his hands and sealed His fate

Permettete che mi presenti,
Sono una persona facoltosa e di classe
Sono stato in giro per molti e molti anni, rubando l’anima e la fede a molti uomini
Ed ero presente quando Gesù Cristo ebbe il suo momento di dubbio e dolore
Assicurandomi che Pilato se ne lavasse le mani segnando così il suo destino.

A detta di Jagger, il brano fu ispirato dalla lettura del romanzo Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov e dall’ascolto dei brani più visionari di Bob Dylan.
Tra il 4 e il 12 giugno del 1968, il regista francese Jean Luc Godard filmò la band mentre era impegnata a registrare il brano. Lo spezzone fu poi inserito nel film One Plus One, uscito in Italia con il titolo I Rolling Stones secondo Godard.

Dopo la malinconica ballata di “No Expectations” (già lato B di “Street Fighting Man”), il ritorno al rock-blues dei loro inizi è ancora più netto con le atmosfere rurali di “Dear Doctor” e con le “dodici battute” ortodosse di “Parachute Woman”. Nel lento ma inesorabile crescendo di “Jigsaw Puzzle” si riconosce, invece, l’influenza dello stile narrativo di Bob Dylan, ma il pianoforte saltellante di Nicky Hopkins e i gemiti del Mellotron di Jones fanno pensare anche a un incrocio di roots-music e psichedelia. Dopo “Street Fighting Man”, ecco una “Prodigal Son” che, a suon di blues, ripercorre la parabola evangelica del figliol prodigo. Il brano era la rivisitazione di un classico del 1929 firmato da Robert Wilkins, ma gli Stones avevano pensato bene, all’inizio, di non accreditarlo. Fu solo grazie all’intervento di un avvocato che il bluesman di Hernando, Mississippi, riuscì a ottenere ciò che gli spettava.

“Stray Cats Blues” è un robusto rock-blues dalle tinte funky cui fa da contraltare una scandalosa storia d’amore tra un uomo adulto e una quindicenne. Musicalmente, il brano fu ispirato dalle torbide visioni di “Heroin” dei Velvet Underground, mentre, per quanto riguarda il testo, è probabile che Jagger fosse stato ancora una volta suggestionato dall’opera di Nabokov, nel caso specifico dal romanzo Lolita. Nuove tracce di country si riscontrano in “Factory Girl”, un brano che fa registrare la presenza di Rick Grech (bassista dei Blind Faith) al violino e di Dave Mason (chitarrista dei Traffic) al mandolino. L’ultimo brano, “Salt Of The Earth” (un inno alla classe operaia, il vero “sale della terra”), chiude con un impianto corale che le vertigini soul & gospel del Watts Street Gospel Choir rendono ancora più esplicito in coda.

Nel dicembre del 1968, gli Stones approntarono The Rolling Stones Rock and Roll Circus, un film televisivo registrato insieme a un gruppo di band e musicisti amici, tra cui gli Who, Marianne Faithfull, Eric Clapton e John Lennon.

Il 3 luglio del 1969, Brian Jones venne trovato morto nella piscina di casa sua, quasi sicuramente annegato a causa dell’eccesso di alcol e droga. Due giorni dopo, all’Hyde Park di Londra, davanti a circa 250mila persone, gli Stones tennero un concerto gratuito in cui il posto vacante del chitarrista (dedicatario del concerto) venne coperto dal nuovo innesto Mick Taylor, proveniente dai Bluesbreakers di John Mayall. Taylor non aveva il gusto per l’eccentrico e per la sperimentazione di Jones, ma poteva comunque contare su una solida preparazione tecnica e su una discreta versatilità, caratteristiche, queste, che lo avrebbero reso una pedina fondamentale per gli sviluppi musicali della band.

Il debutto in studio di Taylor avvenne con la registrazione del singolo “Honky Tonk Women” / “You Can’t Always Get What You Want”, che rimarcava la rinuncia, da parte degli Stones, di qualsiasi velleità sperimentale e psichedelica. La parola d’ordine era invece quella che aveva caratterizzato le loro ultimissime prove: ritorno alle origini.

A Novembre, gli Stones volarono negli Stati Uniti, dove erano attesi per un nuovo tour. Ritenendo il prezzo dei biglietti fin troppo alto, molti dei loro fan li accusarono di essersi venduti all’establishment. Per farsi perdonare, decisero quindi di organizzare un concerto gratuito ad Altamont, in California. Nelle loro intenzioni, quel concerto (previsto per il 6 dicembre) doveva rappresentare una risposta, sulla costa Ovest, a quanto era accaduto a Woodstock pochi mesi prima. Per questo motivo, erano state chiamate a partecipare alcune delle formazioni più in vista dell’epoca, tra le quali Santana, Jefferson Airplane, The Flying Burrito Brothers, Crosby, Stills, Nash & Young e Grateful Dead. Purtroppo, però, l’Altamont Free Concert finì per trasformarsi nel naufragio definitivo delle speranze e delle utopie di un’epoca. Accadde infatti che, mentre gli Stones stavano eseguendo “Sympathy For The Devil”, uno dei membri degli Hell’s Angels (una gang di motociclisti cui, in modo assolutamente superficiale, gli organizzatori avevano affidato il servizio d’ordine) uccise con una coltellata l’afroamericano Meredith Hunter. Il concerto fu interrotto, dunque ripreso e, alla fine, definitivamente sospeso. Per evitare altri problemi, gli Stones salirono su di un elicottero e volarono al sicuro verso San Francisco.

Non fu una scelta consapevole, eppure il nuovo disco della band, pubblicato appena un mese dopo, portava stampato sulla copertina un titolo (Let It Bleed: insomma, «Lascia che sanguini») che ai più apparve come l’ennesima conferma del fatto che gli Stones fossero una band “pericolosa”. Quanto alla musica, siamo dalle parti di un Beggars Banquet meglio prodotto, con canzoni magnetiche e profondamente rock, capaci di gettare uno sguardo sulla guerra del Vietnam e sulla violenza in generale (“Gimme Shelter”, con il controcanto femminile di Merry Clayton, il solito grande lavoro pianistico di Nicky Hopkins e le percussioni Jimmy Miller), rendere omaggio a una vita fatta di eccessi (“Live With Me”, caratterizzata da un groove irresistibile e dagli interventi di sax di Bobby Keys; “Monkey Man”, il cui riff è uno dei più memorabili della loro carriera e la cui linea discendente di pianoforte  – ancora Hopkins! – è davvero bellissima) o rievocare, in un clima allucinato, le gesta di Albert DeSalvo, assurto agli onori della cronaca nera con il nomignolo di “lo strangolatore di Boston” (“Midnight Rambler”, con tanto di armonica a mimare l’incedere dei treni a vapore). Il blues è sempre tra le righe, ma diventa nervo scoperto in “Love In Vain”, cover di un brano che Robert Johnson scrisse nel 1929 e per il cui arrangiamento gli Stones si servirono anche del mandolino, affidato per l’occasione a Ry Cooder. Il country fa capolino, invece, oltre che nella vigorosa title-track, anche in “Country Honk”, in pratica una versione più “asciutta”, con tanto di violino (Byron Berline) del singolo “Honky Tonk Women”. Due i motivi di interesse dalla ballata “You Got The Silver”: è il primo brano della band a essere affidato alla sola voce di Keith Richards ed è l’ultimo in cui compare (all’autoharp3) Brian Jones.

Dalle registrazioni di un concerto al Madison Square Garden di New York (27-28 novembre 1969) fu ricavato il live Get Yer Ya-Ya’s Out! (settembre 1970), su cui spiccano ottime versioni di “Jumpin’ Jack Flash”, “Midnight Rambler” (dilatata fino a sfondare il muro dei nove minuti di durata), “Sympathy for the Devil” e “Street Fighting Man”.

Intanto, a causa di screzi con il manager Allen Klein, la band decise di fondare un’etichetta personale, chiamandola semplicemente Rolling Stones Record, il cui marchiò (la bocca rossa con la linguaccia) debuttò sulla copertina di Sticky Fingers (aprile 1971), quella su cui Andy Warhol raffigurò un paio di jeans sdruciti fotografati all’altezza del pube. Colpo ad effetto, almeno nelle primissime stampe, una zip vera, che i più curiosi potevano anche tirare giù, trovandosi dinanzi un cartoncino raffigurante un torso maschile e delle mutande di colore bianco. Warhol era stato contattato da Jagger già nel 1969, quando era stata avanzata l’idea che l’artista più in vista della Pop Art sarebbe stata la persona giusta per curare la copertina del secondo volume del greatest hits degli Stones, Through the Past, Darkly.

Quelli di Sticky Fingers sono gli Stones colti nella loro nuda e cruda potenza rock-blues e non a caso il disco è da molti considerato come il loro vertice assoluto, anche a causa di un ventaglio di soluzioni più ampio rispetto ai dischi precedenti. Non regge, a parere mio, il confronto con il successivo Exile On Main St., ma è certamente un tassello importantissimo nella costruzione della leggenda delle “Pietre Rotolanti”, segnato, com’è, da momenti di assoluto spessore, a cominciare da quella “Brown Sugar” che, annunciata da uno dei riff più memorabili di Richards, viene quindi portata a spasso, tra allusioni all’eroina, al sesso e allo schiavismo, dal solito irriverente e lascivo Jagger. Tra le vette del disco, vanno annoverate anche la ballata in odor di soul di “Sway” (con arrangiamento d’archi curato da Paul Buckmaster e due grandi assoli di Mick Taylor, uno alla slide guitar e l’altro, in coda, all’elettrica), l’acustica malinconia di “Wild Horses”, quel velenoso e misogino ibrido di rock, funk e soul che risponde al nome di “Bitch”, la cupa ballata di “Sister Morphine” (con Jack Nitzsche al pianoforte) e, per finire, le trame incantate di “Moonlite Mile”, tra balugini pianistiche, miraggi mediorientali che avvampano leggiadri oltre la marea degli archi e memorie di strade che si perdono all’orizzonte.

Il resto sfila via con gran classe, a cominciare da “Can’t You Hear Me Knocking”, un brano che sfonda il muro dei sette minuti, affidandosi, negli ultimi quattro alle conga di Rocky Dijon e al sassofono di Bobby Keys per dirottare l’energia precedentemente accumulata verso una jam latin-psichedelica in orbita Santana. Taylor ripesca la slide per “You Gotta Move”, un blues sulle tracce del Delta del Mississippi, con Jagger e Richards alle voci e Billy Preston all’organo (lo si ascolta anche su “I Got Blues”, in cui la “musica del diavolo” spalanca le porte della tristezza più profonda). Sul versante folk-country si situa, invece, “Dead Flowers”, la cui cadenza in upbeat fa a cazzotti con la tematica umbratile del testo.

Proprio nel periodo in cui Sticky Fingers divenne di pubblico dominio, Jagger sposò Bianca Perez Morena de Macias, in un matrimonio che, come scrive David Hepworth, rappresentò «l’apoteosi della tendenza della generazione degli anni Sessanta a smantellare tutte le vecchie formalità per sostituirle con nient’altro che ebbrezza e autoindulgenza»4. Gli Stones dei primi anni Settanta erano infatti diventati vere e proprie stelle del jet-set, ma nel 1971 erano ancora una formidabile macchina musicale, capace di concerti incendiari che mandavano in visibilio un pubblico sempre più adorante. Alla fine del tour inglese (il loro primo dal 1966), la band lasciò l’Inghilterra e si trasferì in Francia. Alla base di questa decisione, c’erano ragioni fiscali: ciascun membro della band, fatta eccezione per l’ultimo arrivato, Mick Taylor, doveva al fisco inglese una cifra che si aggirava intorno alle centomila sterline. La colpa era del loro ex manager Allen Klein, che non aveva fatto esattamente gli interessi dei suoi assistiti…

Così, il 5 maggio del 1971 gli Stones si ritrovarono a Villa Nellcôte, una grande casa di colore bianco situata a Villefranche sur-mer, a pochi km da Nizza. Lì si erano insediati Keith Richards e la sua compagna di allora, Anita Pallenberg, mentre gli altri Stones erano sparsi tra Saint-Tropez e varie cittadine della zona. Resisi conto che nei paraggi non vi erano studi di registrazione affidabili, per rimettersi in carreggiata e cominciare a registrare nuovo materiale, gli Stones pensarono, quindi, che l’unica soluzione possibile era quella di utilizzare lo studio di registrazione mobile con cui avevano già registrato alcune tracce di Sticky Fingers. In caso contrario, bisognava spostarsi a Parigi, dove c’erano studi degni del loro status di stelle di prima grandezza del rock. Ma vuoi mettere il clima della Costa Azzurra con quello della capitale francese? Non c’è storia. E, poi, figurarsi: Richards s’era già abituato all’atmosfera rilassata di Villa Nellcôte, dove poteva dare fondo a tutti i suoi stravizi. Nessuno sarebbe stato capace di schiodarlo da lì!

Exile On Main St. (maggio 1972) non è soltanto il capolavoro assoluto degli Stones, ma anche uno dei dischi rock più importanti di sempre. Nel disco dell’”esilio”, gli Stones appaiono tutt’altro che degli spiantati (o dei freak, come quelli che compongono il collage fotografico scelto per la copertina del disco), anzi si può dire che sono ancora più a loro agio con il ripescaggio e la rivisitazione delle loro radici musicali, in ciò guidati da un Richards che, nonostante l’abuso di alcol e di sostanze stupefacenti, dimostra senza mezzi termini di essere il vero motore della band.

Rocks Off, Happy, Ventilator Blues, Tumbling Dice, All Down the Line… chitarra a cinque corde, senza il mi basso, accordatura aperta, alla grande. Stavo cominciando a definire sul serio il mio marchio di fabbrica: avevo scritto tutta quella roba nel giro di pochi giorni. Di colpo, con le cinque corde, sembrava che le canzoni mi grondassero dalle dita.5 (Keith Richards)

Exile On Main St. è un disco sofferto, lirico, trasandato ma con quell’aria di eleganza che appartiene solo ai bohémien. Ancora oggi, molti lo accusano di scarsa qualità del suono, in questo supportati anche dal pensiero di Jagger, che lo ha sempre considerato non del tutto riuscito, a causa di una produzione e di una registrazione inadeguate. Eppure, pochi dischi sono stati così sinceramente e appassionatamente votati alla riscoperta dello spirito originario del blues e del rock’n’roll, generi le cui anime sono perfettamente fuse nel brano d’apertura, “Rocks Off”, carico di baldanzosa euforia e arricchito da un pianoforte honky-tonk (Ian Stewart) e da un indovinato arrangiamento di fiati (Jim Price). La stessa energia, ma virata in direzione proto-punk, la si ritrova nel boogie di “Rip This Joint”, l’annuncio che gli Stones stanno arrivando nella tua città e metteranno tutto a soqquadro. Nel blues cadenzato di “Shake Your Hips” (cover di un brano di Slim Harpo), emergono invece tracce più che evidenti di ”On The Road Again”, il singolo di successo dei Canned Heat. Dopo il “Casino Boogie”, scritto da Richards in ricordo di alcune sue capatine al casinò, “Tumbling Dice” ammalia con quelle fragranze gospel che in “Sweet Virginia” e “Torn And Frayed” assumeranno connotati country. “Sweet Black Angel”, una ballata acustica in bilico tra il blues del Delta e le sonorità del country-western, fu scritta a sostegno dell’attivista di colore Angela Davis. “Loving Cup”, infine, chiude il primo disco con il pianoforte di Nicky Hopkins e la seziona fiati a fare la voce grossa.

L’attacco di chitarra di “Happy” è a dir poco leggendario, ma tutto il brano è un memorabile anthem in cui rock’n’roll, blues, gospel, soul e quant’altro vanno in gloria. “Turd on the Run” fa leva, invece, su un blues “ferroviario” che fa di tutto per assomigliare a un rito voodoo (notevole la linea di armonica suonata da Jagger). Ecco, dunque, “Ventilator Blues”: viscerale, elettrico, carico di spiritualità malsana. Siamo in uno di quei bar malfamati. Beviamo qualcosa al bar, mentre la band ci dà dentro e un paio di tizi ubriachi fanno a cazzotti. Poi, improvvisamente, tutto precipita nel caos tribale (percussioni in circolare rapimento, coretti di sirene sensuali, liturgie provocatorie: “… non si vuole camminare e parlare di Gesù / Tu vuoi solo vedere la sua faccia”): è “I Just Want To See His Face”, uno dei brani che più stimolarono la fantasia di Tom Waits, ed è facile intuirne il motivo. Tra i momenti più emozionanti del disco, vi sono sicuramente “Let It Loose” e “Shine A Light”, rotonde nel suono e cariche di un lirismo ancora una volta riconducibile a sorgenti gospel.

Completano il quadro, le granitiche atmosfere di “All Down The Line”, l’omaggio a Robert Johnson di “Stop Breaking Down” e una “Soul Survivor” che è praticamente un’ode alla scorza dura di una band che ne aveva viste tante. Certo, gli Stones ne avrebbero ancora fatta di strada, ma con Exile On Main St. giunsero al culmine della loro ispirazione, andando idealmente anche a chiudere un’epoca.

Exile On Main Street è uscito solo 3 mesi fa e praticamente mi sono fatto venire l’ulcera e anche le emorroidi cercando di farmelo piacere in qualche modo. Alla fine ho lasciato perdere, ho scritto una recensione che era una stroncatura quasi totale e ho cercato di levarmelo dalla testa. Un paio di settimane dopo sono tornato in California, me ne sono procurato una copia per vedere se per caso era migliorato col tempo, e mi ha fatto cadere dalla sedia. Ora penso che forse sia il disco più bello degli Stones in assoluto. (Lester Bangs)

Note:

  1. Strumento a corde di origine giapponese.
  2. Il ritmo tribale e ipnotico (chiamato anche «hambone») messo a punto da Bo Diddley.
  3. Strumento musicale a corde pizzicate, appartenente alla famiglia dei cordofoni.
  4. David Hepworth, 1971. L’anno d’oro del rock, Big Sur, 2018, pag. 146
  5. Keith Richards, Life, Feltrinelli, 2014, pag. 283
Discografia Consigliata

Aftermath (1966)
Between the Buttons (1967)
Their Satanic Majesties Request (1967)
Beggars Banquet (1968)
Let It Bleed (1969)
Sticky Fingers (1971)
Exile on Main St. (1972)

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